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Da diverse settimane il glifosate sembra essere diventato il nemico numero uno dell’umanità. Dopo che l’IARC (International Agency for Research on Cancer), agenzia dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS, o World Health Organization, WHO in inglese) lo ha definito come composto “probabile cancerogeno” questo erbicida è passato dal pressoché totale anonimato agli onori (suo malgrado) della cronaca mondiale.

 

Capire come stanno le cose non è semplice: anche perché la terminologia medica risulta piuttosto ostica per i non addetti ai lavori (a questo link è possibile leggere il comunicato ufficiale:

www.iarc.fr/en/media-centre/iarcnews/pdf/MonographVolume112.pdf

Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Senza fare nomi commerciali gli addetti ai lavori sanno benissimo quali prodotti sono sul banco degli imputati, ma giusto per dovere di cronaca ricordiamo che il glifosate è una molecola della famiglia degli acidi aminati, scoperta da Monsanto all’inizio degli anni 70, costituita da un aminoacido, la glicina, e da una molecola di acido fosfonico unite tra loro da un ponte di azoto.

La sua formula chimica è C3H8NO5 agisce inibendo un enzima prodotto dai vegetali (l’enzima EPSPS,  3-fosfoshikimato 1-carbossiviniltransferasi) bloccando così la produzione di 3 aminoacidi aromatici essenziali per la sintesi delle proteine.

Non esiste agricoltore che non lo conosca e che non lo utilizzi: dal diserbo in convenzionale o in conservativa passando per la manutenzione degli stradelli o la pulizia interfilare di vigneti e frutteti il glifosate, da solo o in miscela con altri composti, è uno strumento basilare per il controllo delle malerbe.

Sul suo sito italiano Monsanto assicura che, dal momento che l’enzima EPSPS è presente solamente nel regno vegetale, il glifosate agisce solo sugli organismi vegetali.

Secondo l’IARC però le cose non stanno proprio così: il glifosate è stato inserito, assieme al diazione e al malathion, nella lista 2A, che significa che il composto in questione è ritenuto “probabilmente cancerogeno” per gli esseri umani.

Questa categoria, spiega l’IARC, viene utilizzata quando si hanno prove limitate di cancerogenicità negli esseri umani ma sufficienti nelle sperimentazioni animali. Prove limitate significa in pratica che c’è una associazione positiva tra l’esposizione al composto e i casi di cancro ma manca la “prova schiacciante”. È comunque un verdetto molto pesante per il glifosate, anche perché il comunicato dell’IARC sottolinea come questa molecola causi danni al dna e al corredo cromosomico delle cellule umane.

Nella lista 2b, dedicata ai composti che causano sicuramente il cancro nelle cavie animali ma per i quali mancano evidenze scientifiche sulla pericolosità per l’essere umano, sono stati inseriti tetrachlorvinphos e parathion.

Il glifosate è attualmente l’erbicida più prodotto a livello mondiale, il suo impiego principale in agricoltura, soprattutto nelle aree dove sono autorizzate mais e soia ogm “roundup ready” resistenti alla molecola, ma è utilizzato anche in ambito forestale, urbano e domestico.

L’IARC sottolinea che la stragrande maggioranza della popolazione viene a contatto con livelli bassi di questa molecola, ma per chi ci lavora con più continuità i rischi sono ovviamente superiori.

Il tetrachlorvinphos è stato revocato nell’Ue, mentre negli Usa viene utilizzato ancora in zootecnia e per gli animali domestici. L’utilizzo del parathion in Ue e negli Usa è stato revocato dal 2003.

Ovviamente l’opinione pubblica si è schierata dalla parte dell’IARC e chiede a gran voce la revoca totale del glifosate, ma esistono ancheeminenti studiosi e scienziati (http://www.sciencemediacentre.org/expert-reaction-to-carcinogenicity-classification-of-five-pesticides-by-the-international-agency-for-research-on-cancer-iarc/) che hanno opinioni discordanti e considerano lo studio dell’IARC un po’ “leggerino”, cioè con una base di dati un po’ scarsa.

Non essendo esperti della materia non aggiungiamo altro, di sicuro vi terremo informati sulle pagine dell’Agriblog.