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completo e
multispecie, per
le semine
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Le nostre eccellenze agroalimentari fanno gola in molti sensi. Prodotti come il Parmigiano Reggiano, il prosciutto di Parma o San Daniele, il Prosecco e tantissimi altri cibi e bevande Made in Italy vengono contraffatti come le borse o i vestiti “griffati” e il danno economico per il nostro comparto agroalimentare è elevatissimo, diverse centinaia di milioni di euro ogni anno.

Basti pensare che a livello mondiale, l’Italian Sounding (cioè, stando alla definizione del Ministero dello Sviluppo economico, l’utilizzo di denominazioni geografiche, immagini e marchi che evocano l’Italia per promozionare e commercializzare prodotti affatto riconducibili al nostro Paese) crea un giro d’affari stimato in oltre 54 miliardi di euro.

Tenendo presente che il valore annuo del nostro export agroalimentare si aggira sui 35 miliardi di euro si capisce bene l’entità del danno economico alla nostra

agricoltura. C’è da dire che il Mipaaf, assieme ai produttori nazionali e i vari consorzi di tutela, da anni cercano di combattere questa piaga, ma è una battaglia lunga e in molti casi già persa: è una notizia di qualche mese fa che una frangia dell’industria agroalimentare Usa ha ricevuto uno stanziamento di 50 milioni di dollari erogato dal Congresso americano in favore del CCFN, il Consortium for Common Food Names(Consorzio per i Nomi Alimentari Generici – www.commonfoodnames.com ).

Attenzione: non stiamo parlando di termini come “pizza”, “birra” o “spaghetti”, ma, solo per citarne alcuni, di “Asiago”, “Fontina”, “Gorgonzola”, “Pecorino”, “Parmesan”. Secondo il Consorzio questi termini non possono essere monopolizzati, e questo spiega come mai nei supermercati di mezzo mondo il Parmesan e l’Asiago Cheese made in Iowa o Australia sono molto più diffusi, e concorrenziali, del nostro Parmigiano Reggiano o Asiago dop. Il Parmigiano Reggiano è in assoluto il formaggio più imitato al mondo, purtroppo la sua denominazione è riconosciuta e protetta solo all’interno dell’Unione Europea.

Attualmente tra Europa e Usa è in atto la definizione di un accordo, il TTIP (TTIP: spauracchio o grande opportunità per l’agricoltura Made in Italy?) per cercare di riequilibrare questa situazione e soprattutto di farci riconoscere le nostre dop e igp, ma gli interessi in gioco sono alti, affari da miliardi di euro, come già detto.

Quello che oggi possiamo controllare senza problemi, all’interno della Ue, è appunto la contraffazione di dop e igp: nel 2014 il Mipaaf, attraverso i suoi quattro organismi di controllo (Ispettorato repressione frodi – ICQRF, Corpo forestale dello Stato, Nucleo anticontraffazione Carabinieri delle politiche agricole e alimentari e Capitanerie di porto – Guardia Costiera), ha effettuato oltre 110.000 controlli con sequestri per oltre 60 milioni di euro. A gennaio e febbraio di quest’anno i controlli sono stati oltre 15.000 con un valore dei sequestri di circa 13 milioni di euro.

eAltro problema è il mondo dell’ e-commerce, molto più difficile da tenere sotto controllo: nel 2014 per 160 volte il Mipaaf è intervenuto per bloccare flussi di commercio illegale on line di prodotti italiani fasulli sul mercato europeo, dal Parmesan al finto Chianti, con un controvalore superiore ai 50 milioni di euro, ma è chiaro che stiamo parlando di una lotta impari.

Il commercio online dei prodotti agroalimentari italiani vale oltre 1 miliardo di euro e il Mipaaf cerca di contenerlo tramite partnership con grandi player dell’ e-commerce come Ebay, con il quale ha recentemente stretto un patto per aumentare in modo particolare la tutela del vino italiano. Basta fare una ricerca su google, infatti, per rendersi conto che in commercio ci sono kit per farsi il Prosecco in casa e altri orrori come il “Bordolino”, il Marsala sudamericano, il Barbera rumeno o il “Kressecco” tedesco.

Ci si augura che l’Expo 2015, che inizierà tra poche settimane, possa essere uno strumento utile per far capire ai visitatori esteri che se anche i nomi sono simili il gusto è tutto un’altra cosa.

Foto scattate in Australia e cortesemente inviateci da un “follower” di Agriblog